Benvenuti nella quarta parte del racconto del mio viaggio in Piccardia!
Ho trascorso una settimana in compagnia di cari amici che mi hanno guidata alla scoperta di questa meravigliosa regione a nord della Francia.
Vista la quantità di città, paesaggi, situazioni in cui mi sono venuta a trovare, ho deciso di dividere il mio articolo in più parti per agevolare la lettura.
La prima parte era dedicata alla città di Amiens, base logistica di tutto il mio girovagare francese. Trovate l’articolo QUI.
La seconda tappa ha visto la città di Lille come protagonista indiscussa e trovate il racconto di come è andata QUI.
La terza tappa è stato un tuffo nel passato grazie alla visita del Familistere di Guise che potete scoprire anche voi QUI.
Di seguito invece il mio diario di viaggio della quarta e ultima tappa; sicuramente la mia preferita.

LA BAIE DE SOMME

Se è vero che il dolce arriva sempre alla fine, l’ultima tappa di questo viaggio alla scoperta di una delle regioni più a nord della Francia non può che essere la giornata in cui sono, finalmente, stata alla Baie de Somme.
Il territorio, spartito tra piccole cittadine e borghi di pescatori, è quello del delta del fiume della Somme; un luogo di silenzi e di attese, di atmosfere aliene, di chilometri e chilometri di fango, terra e sabbia che proseguono fino all’orizzonte, placidi.
È come se il fiume, una volta arrivato qui, decida di prendersela con calma per godersi il suo ultimo momento per essere fiume, prima di trasformarsi in mare e in onde.
Il tempo, così come tutte le altre coordinate comuni, è sospeso.
La magia, è indescrivibile.

La nostra esplorazione comincia dal piccolo paesino di Le Crotoy, a nord della baia. È ora di pranzo e per le strade non c’è nessuno; i pochi abitanti o sono a tavola nelle loro case o stanno servendo all’interno di uno dei tanti ristoranti che affacciano sulla baia.
Ne scegliamo uno e ci accomodiamo in un tavolino vicino alla finestra, dalla quale abbiamo una privilegiata vista su un panorama spazzato via dal vento freddo che oggi taglia le guance.
Aleggia su ogni cosa una leggera foschia che non fa altro che conferire a questo luogo una magia ulteriore; sono certa che anche con una giornata di sole qui sia bellissimo, ma è questo clima umido e bagnato ad essere la perfetta cornice per questi luoghi.
Mangiamo il piatto tipico della zona, quello che desidero da quando ho prenotato i biglietti aerei per questo viaggio: le Moules-frites. Non lasciatevi trarre in inganno dalla traduzione letterale, non si tratta di cozze fritte bensì di cozze accompagnate da patatine fritte e arricchite con diverse creme, un piatto tipico delle coste francesi.
Io prendo le tradizionali cozze in crema, ossia cozze con panna e un po’ di porro. Lorenzo azzarda un accostamento forte, moules maroilles, cioè cozze in crema di formaggio puzzolente; vi dico solo che ne parla ancora e ormai siamo tornati a casa da sei mesi!
Le cozze sono perfette, le patatine sfiziose, la birra media sciacqua la bocca. Siamo dei veri pescatori della Baie de la Somme!!

Dopo pranzo per digerire ci facciamo una lunga passeggiata.
Oggi la marea è bassa e lascia asciutto il letto del fiume dentro il quale possiamo camminare.
Ci sono altre persone a passeggio, bambini che corrono, cani che scavano nel morbido terreno, in lontananza forse sono al lavoro dei raccoglitori di molluschi.
Sopra di noi gabbiani volano guidando le traiettorie dei nostri sguardi, che si posano su tutto, avidi di imprimere l’immagine di questo luogo nella memoria.
Ci scattiamo qualche foto ricordo e poi ci lasciamo la baia alle spalle, risalendo per le stradine del paese che continua ad essere semideserto.
Trovo comunque aperto un piccolo negozio di deliziosi gioiellini, bigiotteria e piccoli oggetti. Compro un braccialettino che porto ancora ed ogni volta che lo guardo ripenso con un sorriso sereno questo luogo; ha dei piccoli ciondoli a forma di pinna, un segno profetico per questa giornata, ma a questo punto della storia ancora non potevo saperlo.


A questo punto è ora di prendere la macchina e rimetterci in viaggio. Costeggiamo tutta la baia puntando verso sud dove troveremo un altro piccolo paesino quasi speculare a Le Crotoy; uno a nord, l’altro a sud.
Due roccaforti a guardia della baia.
Nel tragitto ci imbattiamo in greggi di pecore e agnelli destinati alla produzione di una carne molto particolare e tipica della zona, la Carne Presalé.
Gli animali che vediamo pascolano su prati che crescono in prossimità del mare e che sono quindi regolarmente inondati dalle maree. Il sale marino si deposita sul terreno e sulla vegetazione la quale costituisce l’alimento per gli animali; ed è questa alimentazione che rende unico il sapore della loro carne.
Proseguendo, sfrecciando lungo la baia con i finestrini aperti e la radio accesa, arriviamo infine a Saint-Valery-sur-Somme, una località più viva e popolata rispetto a Le Crotoy.
Quando parcheggiamo dalle nuvole cariche di umidità comincia a scendere una sottile pioggerellina che accogliamo come tutt’altro che una sventura. Di nuovo, non c’è tempo migliore per vedere questi luoghi, la pioggia è un regalo per cogliere al meglio la loro anima.

C’è una lunga passeggiata che costeggia il fiume e attraversa la città.
A destra, dietro agli alberi, spuntano le case del centro, le ville e le case per le vacanze.
A sinistra scorre indifferente il fiume. Lui non si cura di noi, ma è difficile ricambiare la sua disattenzione.
In un linguaggio onirico questo luogo mi parla e mi è impossibile non aprire bene le orecchie per mettermi all’ascolto. Ma ho il sospetto che le orecchie però non bastino per capire.
Sono tanti quelli che hanno provato a raccontare cos’hanno sentito in questi luoghi. Tantissimi grandi poeti, scrittori e praticamente tutti i pittori impressionisti.
Tutti loro sono stati qui, seduti ad osservare la placida baia, l’incessante scorrere delle acque, i tramonti che esplodono con delicatezza, gli stormi di uccelli che volano verso i loro nidi dopo giornate di esplorazioni e migrazioni.
Si sono seduti qui, come me; e qui ci sentiamo sospesi, miracolosamente in pace, senza sapere come sia successo.

Trascorro un po’ di tempo sospeso finché le voci dei miei amici non richiamano la mia attenzione riportandomi al momento presente. Li raggiungo velocemente e continuiamo a passeggiare.
Man mano che procediamo ci lasciamo il fiume alle spalle e imbocchiamo una stradina in salita. Una lunga fila di basse case segna il perimetro del percorso, all’esterno pendono boe e reti da pesca che ci comunicano che questo era un tempo il vecchio quartiere dei pescatori di St.Valery. Superiamo una porta dopo l’altra fino a raggiungere un arco di pietra che segna l’accesso all’antica rocca della città. Da quassù si vede tutta la baia.


Quando ridiscendiamo, passiamo a trovare Louise, un’amica di Giga che ha aperto un piccolo atelier-negozio dove vende i suoi meravigliosi lavori in ceramica (visitate il suo sito http://www.louisedefente.fr)
Chiacchieriamo a lungo di Italia e di Francia, di lei e di noi, di passato e di futuro; prende vita una conversazione particolare, molto profonda negli argomenti, ma che ha un che di “giullaresco”, forse per il mix di lingue e linguaggio dei segni che mettiamo in campo per capirci l’uno con l’altro. Non mi era mai capitato prima.
Salutiamo Louise e il suo contagioso sorriso e proseguiamo nel nostro viaggio. Ci lasciamo alle spalle la baia e puntiamo dritto alla costa dove vorremmo fare ancora un paio di tappe prima di rientrare a casa.

Il primo posto in cui ci fermiamo è Le Hourdel.
Superiamo il minuscolo centro abitato per puntare dritto alla spiaggia. Parcheggiamo in una stradina e proseguiamo nella sabbia a piedi fino alla riva, ventosa.
Questo posto è famoso perché spesso qui si possono vedere le foche e noi oggi siamo abbastanza fortunati. Un gruppo di foche infatti sonnecchia in un isolotto di sabbia che dista solo qualche centinaio di metri da noi. Sono un po’ distanti, ma sono molte e l’emozione di vedere per la prima volta questi animali è comunque tanta. Prima di andarcene, tra le onde del mare, un po’ più vicino a noi, spunta un naso, e poi una testa. Una foca che fa capolino.

Ormai il sole sta tramontando, è fine ottobre e le ore di luce sono poche, troppo poche. Giga è inquieto, non sappiamo di cosa si tratti ma abbiamo capito che ha dei programmi, una sorpresa in serbo per noi.
Risaliamo quindi in auto e guidiamo veloci verso un’altra città lungo la costa, la cittadina di Ault.
Giga parcheggia un po’ a casaccio, chiude l’auto velocemente, ci esorta a camminare veloci, prende una direzione precisa e noi ligi lo seguiamo.
Alla fine della strada si blocca di colpo, si gira verso di noi e ci dice “Ragazzi chiudete gli occhi e datemi la mano”.
Ciechi, camminiamo guidati, svoltiamo l’angolo, ci fermiamo di nuovo e lui dice “Ok aprite”:avanti a noi svetta maestosa un’enorme scogliera bianca lambita da secoli e secoli dalle onde del mare.
È qui che comincia la Côte d’Opale, una costa caratterizzata dalle famose scogliere bianche che continuano in Normandia fino a Etretat, le stesse che troviamo a Dover, in Inghilterra, dall’altra parte del mare.
È quasi buio ma la luce è abbastanza per vederle, e per sentirsi piccoli. Siamo felici, stupiti, entusiasti. E questa volta non è il tempo e non è il luogo, è il nostro favoloso amico Giga che ha saputo creare la magia del momento. Ci dice che suo padre ha fatto lo stesso, la cosa degli occhi chiusi e della mano, con lui, per mostrargli la Tour Eiffel.
Un bel regalo (grazie Giga!)

Dischi ascoltati

Polo & Pan, Caravelle

Libri letti

Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert

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