Vi ricordate del mio viaggio in Islanda? Di quando sono partita con cinque sconosciuti per la terra dei ghiacci, un gesto decisamente inconsulto per la mia personalità?
Ecco, ci ho preso la mano e l’ho rifatto.
In realtà sono semplicemente stata fortunata, sono stata richiamata per partecipare a un altro incontro dello stesso progetto Erasmus + che questa volta si svolgerà in Estonia, a Parnü.
Dov’è Parnü? Si trova su-su, in alto nella mappa, affacciata sul Golfo di Riga, Mar Baltico.

Quando arriva il giorno della partenza sono pronta, ho tutto, il trolley, un libro nuovo, la tuta addosso, il panino in borsa.
Le tappe del viaggio sono; partenza dall’aeroporto di Venezia, primo scalo a Francoforte, secondo aereo fino a Riga e infine autobus fino a Parnü.
A Venezia rosichiamo perché nel gate in fianco al nostro c’è un volo diretto per Riga.
A Francoforte mi rendo conto di quanto immenso possa essere un aeroporto e mi viene un po’ di fame perché l’odore di wustel è dappertutto. Sempre a Francoforte rischiamo di perdere il pulmino che ci accompagna all’aereo. Sull’aereo ci compiacciamo di viaggiare con la compagnia Lufthansa, perché ci offre birre gratis.
A Riga veniamo accolti da un signore che tiene in mano un foglio A4 con su scritti i nostri nomi, sembra di stare nei film. Non ha nessuna espressione nel volto né quando ci vede, né quando carica i nostri bagagli sul suo pulmino-taxi, né quando dopo tre ore di viaggio ci lascia davanti al nostro Hotel, finalmente a Parnü.
Crollo nel letto come il tronco di un albero e nei pochi istanti che mi separano dall’abbraccio di Morfeo a che penso? Penso che sono molto curiosa, che qui fa meno freddo di quanto mi aspettassi e che la ragazza che dorme in fianco a me sembra essere molto simpatica.

Il primo giorno comincia molto bene, sono piena di positività. La mia compagna di stanza si chiama Silvia, ci metto poco a scoprire che è una persona molto gentile, a modo direbbe mia madre, e velocissima a prepararsi la mattina.
Scendiamo a fare colazione. La prima impressione la conoscete, è quell’euforia fanciullesca data dall’avere davanti quattro tavolate di buffet di roba da mangiare.
Scopriremo presto le insidie di questa abbondanza e di una cultura che si differenzia dalla nostra in fatto di abitudini alimentari.
La prova d’iniziazione che tutti nell’arco dei primi due giorni siamo stati chiamati a superare è quella di un assaggio involontario di paté d’oca causato dalla sua diabolica somiglianza con un budino al cioccolato.
La stanza per il breakfast, che poi è la stessa dei pranzi, non ha finestre e il pavimento ricoperto di moquette trasuda gli odori di anni e anni di salmone, manzo e verdure lesse.
Nonostante l’escalation dell’insofferenza nei confronti di questi aromi ho un bellissimo ricordo di questo luogo. L’ultimissima colazione fatta insieme ai miei compagni di viaggio italiani, all’alba, col buio fuori, tantissimo sonno tra di noi; quei classici momenti di goffaggine, ilarità spontanea e sorrisi per le piccolissime cose. Ma come dicevo questo riguarda l’ultimo giorno e invece io devo raccontarvi tutto ciò che sta nel mezzo.

Dopo la prima colazione abbiamo un’oretta libera e io e Silvia decidiamo di impiegarla andando ad esplorare il vicinato. Passeggiamo per le stradine residenziali di Parnü, notando lo stile nordico delle case, i tetti spioventi, i loro rigogliosi e anarchici giardini, gli orti che sconfinano, la frutta matura caduta ai piedi degli alberi, l’erba alta. Riflettendoci ora, sono queste le principali tracce che Parnü ha lasciato nella mia memoria, le prime immagini che mi vengono in mente se ripenso a questa città.

Cammina cammina arriviamo fino alla spiaggia; è bellissima, grandissima, piattissima, Levissima?
Sapere che davanti a me c’è il Mar Baltico fa un certo che, mi sembra di essere arrivata molto distante. La giornata è meravigliosa, soleggiata, arietta fresca sul viso, cielo azzurro che più azzurro non si può.
Respirare a pieni polmoni qui e ora non è solo un modo di dire. Ci facciamo una passeggiata e qualche foto; un’altra cosa che scopro subito di Silvia è che scatta tantissime fotografie, come me.
Arriviamo fino a una torretta bianca e rossa che ha un che di Wes Anderson miscelato ad un pizzico di Bay Watch. Mentre penso a questo improbabile connubio arriva l’ora di rientrare in Hotel e iniziare il meeting per cui siamo venuti fin qui.

Parte noiosa sul lavoro che sono venuta a fare qui che volendo potete saltare.
Eravamo cinque italiani, cinque portoghesi, cinque islandesi e cinque estoni e non eravamo i protagonisti di una barzelletta. Dopo un anno di viaggi nelle nostre diverse patrie siamo qui riuniti per tirare le somme su quali siano le best practices (usiamolo un po’ questo inglese che ho così faticosamente quasi imparato) del lavoro con i giovani. Non mi sembra questa l’ora e il luogo adatto per disquisire veramente di questo argomento però quello che posso dire è questo, a elenco.
– Non mi sembra vero essere in una stanza piena di persone che di questo lavoro ci vivono. È da prima di diventare maggiorenne che so perfettamente che quello che voglio fare da grande è lavorare sulla comunità e con i giovani in un’ottica che non sia quella di creare profitto, profitto, profitto perché non è certo così che si può costruire qualcosa su queste tematiche.
– Mi piace il modo poco accademico con cui vengono estrapolati pensieri, considerazioni, conclusioni dai partecipanti ai lavori. A casa nostra davanti a me ci sarebbero diversi professoroni esperti della materia chiamati per parlare per ore di teorie, teorie, teorie. Invece qui girano post-it e pennarelli colorati, ogni due minuti qualcuno fa una battuta eppure a fine giornata ci sembra di aver raggiunto un buon risultato.
– L’ispirazione che ho tratto da queste persone è veramente enorme. Di mio, a quasi 30 anni mi sento con un piede nell’adolescenza ed uno nell’età adulta che mi puzza di vecchio e covo in me un grande grandissimo dubbio su dove stia la linea di confine, ma soprattutto: questa linea c’è di suo? L’ha messa qualcuno? Posso eliminarla? Qui alcune persone  hanno quasi 50 anni, sulla pelle portano i segni di una vita vissutissima, negli occhi hanno una luce incredibile, fanno discorsi illuminanti, sognanti, pieni di speranza, ma fatti anche di concretezza, di lavoro, di quel sapersi rimboccare veramente le maniche in modo disinteressato, o meglio interessato verso quei veri valori, che sono lontani dal denaro, dall’azienda, dal business, dal profitto… credo si veda chiaramente quanta stima provo per loro. Li devo nominare? Li devo nominare per forza. Andreia, Elsa, Gunna, Olivier. Ma ce ne sono anche molti altri. Se qualcuno mi chiedesse cosa voglio diventare da grande, quando accetterò di diventare grande, parlerei di loro.
Insomma mi sono persa nel mare dei miei ricordi e desideri. Vi spiegavo che siamo qui per fare un lavoro, e che per quanto mi riguarda il grosso del lavoro lo sto facendo su me stessa, perché parto in un modo e torno un po’ in un altro.

In teoria questo è un blog di viaggi quindi è giunto il momento di dirvi qualcosa su Parnü, la cittadina che ci ospita.
Ve lo dico subito, non seguono rivelazioni, grandi recensioni, consigli per sfruttare i vostri weekend lunghi per venire qui. Penso che d’estate possa essere una bella meta, come testimoniano i numeri degli afflussi turistici, ma non per persone che a casa possono godere i 35 gradi e di un bellissimo mare. Con tutto il rispetto per il Mar Baltico, per la stagione estiva il Mediterraneo vince a mani basse.
La città è decisamente strana, sembra dormire, non c’è mai nessuno in giro. Il centro mi lascia indifferente; parliamo di un paio di strade con qualche negozio che sembra essere qui un po’ per sbaglio. Non capisco perché ci siano posti che vedono maglioni di lana e altri che vendono pietre e gemme (che comunque non disdegno, anzi, ci compro un braccialetto fatto di una pietra che a quanto pare mi metterà presto in connessione con le energie dell’universo) e perché io non veda panifici, macellai, fruttivendoli. Ve lo devo dire sinceramente? Boh. In compenso a pochi passi dal centro c’è un centro commerciale che occupa non uno ma ben due mega edifici, e non vorrei scadere nella banale considerazione di come forse tutte le attività commerciali si concentrino qui dentro, però ancora una volta per dovere di sincerità è proprio questo quello che penso.
In difesa di Parnü devo dire che il tempo di passeggiarla è stato poco, qualche oretta prima di cena.

Le cene, come spesso accade in questi meeting europei, sono organizzate e sono mangiate tutti insieme.
Breve panoramica gastronomica: in sintesi non si mangia male. Il prezzo medio di una cena sembra essere sotto la media italiana, si mangia molto pesce, in particolare salmone e tonno, d’indiscutibile qualità. Anche la carne sembra avere un buon aspetto. Se con i secondi ce la caviamo alla grande, è sulle zuppe e sulle verdure che casca il palco. Uno strato di maionese o di panna ricopre qualsiasi cosa possa avere a che fare con il concetto di contorno.
C’è da dire che se tornassi oggi a Parnü saprei da quali ordinazioni tenermi a debita distanza e che con questa piccola accortezza mangerei più che bene. Quindi sintetizzerei con un voto positivo, ma mai abbassare la guardia.
Nota: una sera siamo ospiti di un piccolissimo, dolcissimo, coccolissimo ristorante georgiano. Non avevo mai mangiato georgiano e ne vale veramente la pena. L’atmosfera della serata è molto tenera. Siamo a metà settimana, ormai ci siamo confessati i nostri sentimenti e ci si vuole bene. Questa cena è un po’ una celebrazione di questi nuovi incontri.

La festa la riserviamo, come ogni combriccola che si rispetti, al venerdì sera. Dopo la peggior cena della mia vita (a proposito di ordinazioni sbagliate) andiamo tutti al karaoke di Parnü, che si rivela essere uno spaccato sull’umanità di quelli che piacciono a me. È chiaro che qui ci vengono solo le persone che vogliono bere molto e in penombra, o quelle che hanno già bevuto troppo e che non provano vergogna alcuna nel dare spettacoli che sarebbe meglio mantenere nel privato.
A tenere alto il tasso alcolemico c’è un ragazzo che mette in mano a Tommaso, uno dei miei compagni di viaggio, il suo bancomat con tanto di codice; “Prendimi una birra che a me non la servono più”.
Non siamo ancora soddisfatti, vogliamo saperne di più delle abitudini della fauna locale e così proseguiamo la serata in un disco-bar-locale sito in quello che pensiamo sia il centro di Parnü. Responso? Tutto il mondo è paese; stessa musica commerciale, stesse persone ammassate fuori dal locale a fumare in magliettina e che domani avranno la febbre, stessi cocktail. Ce ne torniamo a casa quasi rasserenati, un po’ assonnati, passeggiando per una città deserta.

Come sempre quando ci si diverte, la settimana vola e senza cognizione del tempo che è passato ci ritroviamo sull’autobus del ritorno. Sono le 7.00 della mattina, siamo tutti stanchi e nei primi dieci minuti tutti i passeggeri dell’autobus si addormentano; non io.
Guardo fuori per la voglia di sapere cosa c’è tra Parnü e Riga.
Ci sono alberi, tantissimi alberi sempreverdi, e prati ancora umidi dove greggi di pecore fanno colazione.
Ci sono un sacco di casette e casupole, dentro e fuori dal bosco.
Mi viene in mente che qualcuno durante questa settimana mi ha raccontato che in Estonia esistono delle case in mezzo ai boschi che possono essere messe a disposizione di chi decida di occuparle in quel momento, per un breve periodo, come una sessione intensa di studio o una settimana da passare isolati, per staccare un po’. Devono essere queste case qui.
Ad un certo punto tra gli alberi vedo spuntare una persona con un giubbotto rosso, poco più in là la sua auto lasciata sul ciglio della strada. Sembra la fotografia perfetta per l’inizio di un film giallo.
E poi proseguendo si intravedono dei laghi, specchi d’acqua color cristallo.
Dopo un paio di ore di viaggio inizio a cedere anche io alla stanchezza e socchiudo gli occhi, ma ormai sono quasi le 9.00 e il sole inizia ad alzarsi; i suoi raggi filtrano tra gli alberi e sbattono sulle mie palpebre chiuse, come a bussarci su.
Arriviamo a Riga poco dopo le 10.00 ed è immediatamente chiaro che si tratta di una città bellissima. Passo le uniche due ore di tempo a disposizione, al netto del tempo impiegato a fare colazione, con il naso all’insù verso i palazzi in stile art nouveau.

Riga ci ha distratti, il tempo è passato ancora una volta troppo velocemente e siamo finiti a dover correre verso l’aeroporto su di un taxi che faceva pericolosamente slalom tra le altre auto. Ce l’abbiamo fatta. Ci aspettano ancora due voli, con uno scalo a Francoforte che si rivelerà più lungo del previsto. Ma non importa, il tempo finalmente si è dilatato per concederci una pausa per riflettere ed immagazzinare tutto quello che questa settimana ci ha dato.
Sono molte le cose che ho imparato dagli incontri di questo seminario; tanti nuovi strumenti di lavoro e alcune nuove idee da provare a realizzare. Ma più che dalle aule ho ricevuto tanto, tanto, tantissimo dalle persone per cui provo stima e, nonostante i pochi giorni, un grande affetto. C’è chi ho ammirato per il lavoro che porta avanti, chi ho stimato per il saper essere liberamente sé stesso, chi mi ha fatta ridere, chi mi ha fatta pensare, chi mi ha fatta sentire una bella persona e chi mi ha ricordato che non ci si può mai distrarre, sedere, accontentare.
E così quando cala il sipario applaudo appagata dallo spettacolo ed esco dalla sala con la testa accesa, il cuore pieno e tanti desideri.

Dischi ascoltati 
Joy Division, Unknown pleasure
Afterhours, Afterhours, Afterhours

Libri letti
I. Calvino, Sotto il sole giaguaro

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