L’altro giorno era il compleanno di mia madre e per farle un regalo a sorpresa abbiamo deciso di portarla a pranzo in un ristorante su un’isola della laguna di Venezia; non uno a caso, ma uno dove cucina uno chef di cui mia madre sa vita morte e miracoli.
Partiamo dunque senza dirle quasi nulla alla volta dell’isola di Mazzorbo che si raggiunge con la linea 12 del vaporetto (per chi non lo sapesse, i vaporetti sono gli autobus di Venezia; la loro particolarità è l’essere barche).
Mentre attraversiamo la laguna nord oltrepassiamo Murano, dove mio padre fa qualche scherzetto a mia madre nel tentativo di convincerla che quella sia la nostra meta. In lontananza, si intravedono le Dolomiti e i Colli Euganei, la nuova torre di Mestre e le fabbriche di Porto Marghera.
Mio padre, sempre lo stesso di prima, si perde nella memoria e parla di quando da ragazzino con i suoi amici inforcava la bicicletta alle 3 di notte e si lanciava di corsa lungo quella che ora per noi è la prima linea dell’orizzonte.
Pedalate veloci li portavano in un posto preciso che si affacciava sulla laguna e lì cominciava la grande pesca delle cappe tonde. A lavoro compiuto e dopo essersi concessi più di un tuffo in laguna, mio padre e i suoi amici rimontavano in sella e tornando verso Mestre si fermavano a vendere le catturate cappe alle osterie della zona. Con il ricavato si assicuravano un bel biglietto per il cinema.
Altri tempi. Sembrano storie provenienti da così lontano e invece mio padre è qui di fronte a me che sorride all’orizzonte della sua memoria, e dietro di lui quel manto d’acqua che è la laguna e che sola sa essere così piatta e calma, così piena e voluttuosa e che sola ha questa capacità, che il mare non possiede nella stessa misura, di riflettere il cielo e il sole in striature d’orate e allo stesso tempo opalescenti.
Il racconto finisce, ma il viaggio prosegue e ormai siamo quasi arrivati a destinazione. Il battello si infila nel canale che separa l’isolotto di Mazzorbetto da quello di Mazzorbo e sulla sponda destra noi scendiamo.

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Siamo molto vicini alla nostra meta, il ristorante “Venissa”, che dista pochi passi dall’imbarcadero (leggere “fermata del bus”), ma con la scusa di essere in anticipo facciamo credere a mia madre che raggiungeremo a piedi Burano, dove un presunto ristorante ci attende.
Passiamo quindi proprio davanti a Venissa e mia madre, dalla quale ho preso la capacità di entusiasmarmi per le piccole cose, comincia a surriscaldarsi e parte nel rammentarci che questo è il posto di cui ci ha spesso parlato, quello dove lavora chef Brutto, eletto miglior giovane chef d’Italia qualche anno fa. “Vedete?” dice mia madre “Venite qui, possiamo affacciarci anche se non siamo clienti del ristorante”.
Un’apertura su un muro di mattoni che costeggia la riva è l’ingresso per un giardino segreto in cui i filari di Dorona prendono il sole e un piccolo campanile getta la sua ombra sui fiori e sulle piante.
“Venite venite che vi mostro, ecco vedete quello è il ristorante e lì in parte c’è anche l’osteria, dove si mangia benissimo e dove i prezzi sono più abbordabili. Venite venite, sapete che possiamo attraversare il giardino a piedi e sbucare dall’altra parte? Dai andiamo.”
Un entusiasmo molto difficile da convincere con le nostre facce stupite, con i nostri “Ah si?”, “Ma pensa!!”, con la nostra finta indifferenza. Sono io a concludere con un lapidario “Dai mamma abbiamo capito, vieni, andiamo a Burano”.

Per il momento dunque proseguiamo e passeggiando arriviamo nell’isola di Burano, conosciuta in tutto il mondo per le sue case colorate con tonalità sgargianti che servivano un tempo ai pescatori per ritrovare la propria abitazione in quelle giornate di nebbia e foschia tipiche della laguna.

Che questa caratteristica di Burano sia conosciuta in tutto il mondo è subito manifestato dalla mole, ma che dico dalla massa, ma che dico dall’ordata barbara di turisti già in costume da bagno ed infradito che passeggiano per l’isola. Lo so che non dovrei stupirmene, ma vi posso assicurare che qui ed ora per la prima volta ho veramente aperto gli occhi su cosa e quanto grande sia il problema del turismo di massa per una città fatta di fragili isole come Venezia. Questa massa informe di persone snatura completamente la quiete che le isole della laguna possono concedere, coprono quel silenzio tipico dell’acqua che si infrange sulla riva, deturpano completamente il paesaggio, riempiono fino all’orlo le calli di una cittadina che sembra essere fatta apposta per quelle scene di film in cui non vola una mosca. Non c’è nulla di diverso tra qui e Strada Nuova, una delle calli di Venezia più percorse dai turisti. Non c’è nulla di diverso dicevo, e non dovrei stupirmi, e invece mi stupisco, mi allarmo e mi sdegno. Metto via anche la macchina fotografica perchè non è possibile cogliere niente di questo luogo in questo stato. Ci infiliamo nell’unico bar in cui non è seduto praticamente nessuno, è la vecchia sede del PC dice mio padre, che fastidioso come solo un veneziano sa essere ordina qualcosa da bere per tutti. Sorrido quando ci viene con evidenza applicato il prezzo per autoctoni, che sarebbe almeno triplicato se provenissimo dall’estero.

Ritornando sui nostri passi verso l’isola di Mazzorbo mia madre capisce con certezza dove stiamo andando e il suo volto si allarga in un sorriso che è poi il motivo per cui abbiamo organizzato tutto questo.. All’Osteria Contemporanea di Venissa si mangia, neanche a dirlo, da Dio. Qui si sta bene perché oltre alla buonissima cucina, che onestamente non mi sento in grado di commentare, l’ambiente ricorda un giardino dell’eden. Siamo circondati da viti e roseti che celano il mondo che esiste al di fuori di questo giardino. Oltre gli alberi di fico c’è un vecchio campanile e l’armonia ricopre dolcemente ogni cosa. Regalate un pranzo così anche alle vostre mamme.

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Per concludere la giornata ci spostiamo sulla vicina isola di Torcello e saliamo sul campanile della Basilica. Da qui il nostro sguardo si perde. Da qui si vede tutto. Si vedono le tegole dei tetti della basilica, si vede la laguna entrare nell’isola di Torcello irrigandone i prati e i campi di carciofo, si vedono le case colorate di Burano e il profilo di Venezia, lontana, si vede lontano e si vede in fondo, si vede il cielo e si vede in silenzio, si vede e si potrebbe star qui a vedere per sempre con la sensazione che da qui si veda tutto quello che c’è da vedere.

Dischi ascoltati
Alt J, An Awesome Wave

Libri letti
M. Balzano, Resto qui

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