Mi trovo per la prima volta in Sardegna e non è male provare ad iniziare questo articolo seduta su una spiaggia bianca guardando un mare così turchese da sembrare una piscina.
Sto viaggiando in quel tratto di costa a nord est delimitato da Olbia a nord e dal Golfo di Orosei a sud.
Sono sbarcata ad Olbia alle prime luci del mattino dopo una traversata notturna in traghetto. La nave, entrando nel porto, sembra rallentare non tanto per le manovre quanto per aspettare che una dolcissima alba dai colori pastello concluda il suo quotidiano spettacolo.

Sbarcati, ci dirigiamo nella nostra prima casa (questa) che si trova a Salina Bamba, vicino alla più nota San Teodoro.
La location è perfetta perché permette di raggiungere molte e meravigliose spiagge a piedi, evitando il prezzo folle dei parcheggi in questa zona, che è evidentemente già presa d’assalto ai primi di luglio.
La più bella e gettonata di tutte è Cala Brandinchi, che se per la maggior parte della giornata ha l’aspetto di un girone infernale dantesco fatto di ombrelloni, borse frigo, borse mare, borse giocattoli, ambulanti (ve lo giuro mi è stato chiesto se volevo comprare una forma di formaggio…) dalle 17.00 in poi si svuota (sarà che il parcheggio inizia ad equivalere a mezzo stipendio) e la spiaggia diventa silenziosa e pacifica. In questa quiete posso ammirarla; la sabbia è la più bianca e fine che io abbia mai viso, il mare è di un tenue verde acqua e sembra non volersi inabissare mai, restando per decine di metri rialzato di pochi centimetri dal fondale. Si puó passeggiare per molto inseguendo l’orizzonte con l’acqua alle caviglie e qui è facile convincersi che non esista alcun altrove dove andare o al quale tornare.

Se a piedi passeggiate fino alla fine di Cala Brandinchi, oltre la pineta, trovate la sua gemella, la spiaggia di Lu Impostu. Gemella eterozigote peró: qui la sabbia è sempre fine e bianca, ma il mare si divide nettamente in due, come se qualcuno avesse tracciato precisamente un punto per separare l’acqua azzurro turchese da un’altra acqua blu petrolio. Il fondale scende più repentinamente rispetto a quello di Cala Brandinchi. Nel complesso, sarà che qui c’è meno gente, sarà che alle spalle si sviluppa un mix tra lagune e terra, sarà che oggi tira forte il vento, Lu Impostu ha un che di selvaggio in più.

Da questa parte della costa c’è un’altra spiaggetta che merita di essere menzionata. Si chiama Salina Bamba e vi si accede dall’interno di una specie di residence omonimo di questa caletta. La cosa migliore è venire qui di mattina presto quando ancora non c’è quasi nessuno, se non coppiette di anziani in vacanza. In questa caletta che guarda dritto verso Cala Brandinchi l’acqua, meravigliosa ancora una volta, è placida.
Mi immergo e davanti a me si propagano le onde della mia presenza. Mi muovo lentamente per non turbare la quiete di questo luogo e mentre nuoto distinguo chiaramente la mia ombra, compagna fedele che per la prima volta percepisco come una presenza in simbiosi ma diversa da me. Quando mi stanco mi giro all’insù e faccio il morto. L’acqua è talmente salata che mi spinge verso l’alto e io mi godo il lusso di non dover più pensare ne decidere dove andare, chiudo gli occhi e mi lascio trascinare inesorabilmente a riva dalla corrente. Un flusso impercettibile, delicato, ma chiaro e costante, che sarebbe bello percepire anche fuori di qui, fuori dall’acqua, nella vita terrestre, nello scorrere quotidiano, a guida delle decisioni che siamo continuamente chiamati a prendere.

Spostandoci sull’altra sponda del promontorio troviamo la nota spiaggia di Capo Coda Cavallo. Anche qui, come ovunque, il costo dei parcheggi é folle. Per fortuna noi abbiamo la possibilità di andare a piedi e, nonostante lungo il percorso diverse persone ci abbiano preso per pazzi, la camminata dura poco ed è solo leggermente in salita. Alla fine sono io a chiedermi chi siano i pazzi, considerando che la mia idea di fatica è quella di dovermi alzare dal divano per attaccare la spina del pc quando è scarico per continuarmi a vedere la tredicesima puntata consecutiva della mia serie tv preferita.
Comunque, Capo Coda Cavallo si staglia all’orizzonte ed il panorama non è indifferente. Scendiamo per una stradina sterrata al termine della quale scopriamo che prima della gettonata spiaggia esiste una caletta nascosta e tranquilla. Qui ci fermiamo dove gli scogli rosso fuoco creano un cromatico contrasto con il blu del mare.

Degna di una menzione è anche Cala Suaraccia, o Cala delle Farfalle. Ha la stesse bellezze ormai a lungo citate tutte racchiuse e concentrate come in un piccolo scrigno. Ci concentriamo ad assorbire questa pace con ogni cellula del nostro corpo sorseggiando qualche Icnusa al tramonto con lo sguardo puntato sull’orizzonte. Un orizzonte che non è piatto perché interrotto dall’enorme isola di Tavolara, che visiteremo domani.

L’indomani partiamo da Porto San Paolo con una barca che condividiamo con altri turisti e con un ragazzo sardo che ci fa da guida. Navigando in un mare blu notte arriviamo all’isolotto della Molara, di proprietà privata. Avvicinandoci, tra le rocce diventa sempre più visibile la presenza di una capretta che bruca beata ed indisturbata. Ci fermiamo per una mezz’oretta a pochi metri dalla costa, nel luogo noto come le piscine naturali della Molara. L’acqua non è più blu notte, bensì di un deciso turchese. Indossati maschera e boccaglio, ci tuffiamo dalla barca e atterriamo nel bel mezzo di un branco di pesci blu incuriositi dalla nostra presenza e più che altro attratti dal pane che la nostra guida continua a gettare in acqua; i pesci ci gironzolano intorno per tutta la durata della sosta.
Dopo questa nuotata emozionante, risaliamo sull’imbarcazione e ci dirigiamo verso l’isola di Tavolara, che costeggiamo.
L’isola ha una storia affascinante; nel Settecento vi si imbattè Giuseppe Bertoleoni, un uomo di origini genovese che qui si stabilì. Qualche anno dopo, di passaggio fu il Re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia che prese in simpatia il Bertoleoni e lo nominò Re di Tavolara, o almeno così vuole la leggenda. Un altro reale che visitò l’isola qualche decennio più tardi fu addirittura la Regina Vittoria d’Inghilterra e che da quella visita nacque una foto, ancor oggi conservata a Buckingham Palace, recitante la didascalia “il regno più piccolo del mondo”.
Quello che è sicuro, è che oggi sulla Tavolara ha sede solamente un ristorante sulla spiaggia, una base militare che occupa una parte dell’isola alla quale non si può accedere e un bellissimo festival di cinema all’aperto che però non siamo riusciti ad intercettare.
La giornata è molto ventosa e pur essendoci il sole, alcune nuvole fanno da cappello alla cima dei monti che si ergono al centro dell’isola. Tutto mi conduce ad una sola e unica possibile conclusione: sono infine giunta sull’isola di Lost!
Passiamo qualche ora passeggiando per l’isola, attraversando prati di steli gialli dai fiori viola mossi dal vento, e facendo un pisolino tra le calette assolate. Quando il vento comincia ad essere troppo forte decidiamo di rientrare. Dalla barca che lascia l’isola sballottata dalle onde che sono sempre più grosse getto un ultimo sguardo verso quest’isola affascinante e misteriosa.

Da queste parti la movida serale di concentra nella cittadina di San Teodoro; a parte un’euforia momentanea data dal vedere tantissime bancarelle di cui io vado pazza, l’ho trovata molto noiosa. È la classica città finzione costruita per i visitatori estivi, nella quale dopo la giornata al mare, le spese con i piedi ancora insabbiati, le docce, la cena, si puó passeggiare infinite volte per la stessa via magari mangiando un gelato. Un mare di noia.
Tuttavia, in questa valle di banalità un paio di cose interessanti vorrei segnalarle. E ovviamente si tratta di cibo.
Pabassinas; biscottino sardo all’uva passa con sopra la glassa da assaggiare in botteghetta di dolci, di quelle con ancora le tendine fatte di sottili fini di plastica sull’uscio. Non ne ricordo il nome, ma i muri sono rossi e al banco troverete un vecchietto sorridente.
Culurgiones: ravioli tipici ripieni di patate, formaggio e, nel caso dell’Osteria del Mar, menta. Li trovate ovunque, proposti al pomodoro o con burro e salvia.
Zuppa gallurese: altro piatto tipico della Gallura, regione in cui mi trovo, ai miei occhi si presenta come una specie di pasticcio di formaggio e menta. Il 70% del mio corpo non è fatto di acqua bensì di formaggio.
Infine una menzione speciale va a Barulea. Non so se sulla carta sia una trattoria, un’osteria, un ristorante, ma il posto è la veranda di una famiglia che, nella casa trasformata in cucina, si prodiga ai fornelli saltando e spadellando il pescato del giorno. All’insegna sulla strada scusatemi ma non davo un euro, invece qui si mangia pesce fresco a prezzo fisso (non te lo tirano dietro ma ne vale la pena) e a farmi battere forte il cuore è stato il mio primo assaggio di raza (cuori) e le sarde fritte in carpione con le cipolle dolci (cuore cuore).

Ci spostiamo ora a sud verso il Golfo di Orosei ed in effetti è proprio ad Orosei che ci fermiamo. Questa città mi sembra ancora una non città, ma già più realmente abitata rispetto a San Teodoro. Comunque, il polpo fresco servitomi da una ragazza che avrà la mia età e che parla un sardo stretto incomprensibile è un ottimo benvenuto. Aió.
Sono giorni che dormo poco e l’unica cosa che voglio è stendermi al sole e dormire. Ci dirigiamo verso la Marina di Orosei ed io sono scettica perché ho la sensazione che mi ritroverò in una Riccione sarda e invece no, magia.
Una spiaggia lunghissima che si perde a vista d’occhio, grande, fatta di piccoli sassi, un mare di un bellissimo blu. E nessuno, NESSUNO. Mi ricordo che oggi a non so che ora c’è la finale dei mondiali e per la prima volta nella mia vita sono grata al calcio per aver spopolato questa spiaggia.
Dopo una goduriosa dormita, finisco il libro che sto leggendo, Kafka sulla spiaggia, che nelle ultime righe recita cosi:

“-Ti sei comportato nel modo giusto,- dice il ragazzo chiamato Corvo. – Hai fatto quello che dovevi. Nessun altro avrebbe saputo fare di meglio. Ti sei confermato ancora una volta come il quindicenne più duro ed indistruttibile del mondo.
– Ma non ho ancora capito cosa significa vivere,- dico.
– Guarda il quadro,- dice lui. – Ascolta il rumore del vento.
Annuisco.
– Ne sei capace.
Annuisco.
-Adesso dormi,- dice il ragazzo chiamato Corvo. – E quando ti sveglierai farai parte di un mondo nuovo.
Così finalmente ti addormenti. E quando ti svegli, fai parte di un mondo nuovo”

Sento quasi un incantesimo, sorrido a questo bel finale, chiudo il libro e chiudo gli occhi, mi alzo, vado a riva, mi tuffo nel mare e quando riemergo dall’acqua sembra quasi che sia davvero un mondo nuovo.

Il secondo giorno le nuvole grigie sopra di noi non promettono nulla di buono quindi decidiamo di abbandonare il mare per dirigerci verso il misterioso e molto decantato entroterra sardo.
Non lontano da Orosei si trova un sito nuragico che sembra interessante e decidiamo di farci una capatina. Effettivamente la visita è stata istruttiva grazie ad una guida molto preparata. Ma bando alle ciance è ora di pranzo e noi ci dirigiamo verso Monte Maccione dove mangeremo alla Cooperativa Enis. Il mio ragazzo è in preda ad una forte euforia data dall’imminente assaggio di porceddu, ma quando si rende conto dei tornanti che la sua auto quasi nuova dovrà affrontare per raggiungerlo soffre della stessa sofferenza che patiscono i freni della sua vettura.
Riesce tuttavia a superare ogni ostacolo con cavalleresco coraggio e venete bestemmie ed una volta parcheggiata la fedele vedo tornare il sorriso sul suo volto.

Il posto è meraviglioso, veramente degno di nota. Si mangia in una veranda in mezzo al bosco con alle spalle una sorgente d’acqua (quella che stiamo bevendo) e delle signore sarde che preparano la pasta fresca e tutte le altre squisite pietanze. Come in una storia d’amore tra una giovane sarda ed il suo bel bandito, so che il mio cuore resterà in Barbagia sul mio piatto di Pane Frattau.

Appesantiti, emozionati, col cuore colmo di sincera felicità riprendiamo la macchina, ripercorriamo i tornanti e ci dirigiamo verso Orgosolo, paesino noto per due ragioni: essere il cuore e il covo del banditismo sardo in Barbagia e ospitare numerosissimi e coloratissimi murales schierati politicamente. I turisti non sono molto apprezzati e lo si capisce giá dal cartello del paese preso a pistolettate, oltre che dagli sguardi degli orgosolesi che ti trapassano con sdegno tanto quanto farebbero i proiettili, ma pazienza.

Nei giorni successivi torna il sole e così noi torniamo al mare. La località principale del Golfo di Orosei è Cala Gonone, cittadina turistica da cui partono imbarcazioni e visite per le cale che puntellano il golfo.
Cala Gonone ha anche delle spiagge, una in particolare più grande delle altre, protetta alle spalle da alte rocce e con una bella spiaggia rosa salmone che mi ha messo una voglia incontenibile di sushi.
Da Cala Gonone, dicevamo, partono quasi tutte le imbarcazioni per le visite al golfo. Ce ne sono per tutte le tasche e per tutti i gusti; noi scegliamo la più modesta che ci permetterà di arrivare a Cala Luna.
Come sempre muovermi via mare mi entusiasma; mentre alla mia sinistra un’incommensurabile distesa di acqua blu si distende a perdita d’occhio, alla mia destra scorrono le alte rocce che cadono a picco nel mare come se ad un certo punto qualcuno avesse detto loro “stop, alt, più avanti non si puó andare” e allora loro giù a capofitto nel mare.
Passiamo davanti alla famosa Grotta del Bue Marino per far sbarcare alcuni visitatori. Iniziamo ad intuire che la nostra destinazione finale non puó che essere un posto meraviglioso quando vediamo che il colore dell’acqua all’apertura delle grotte è di un forte e deciso turchese. Mi sembra di essere dentro Linea Blu, programma che ha accompagnato per tutta la mia infanzia i miei pranzi domenicali in famiglia. O era Linea Verde? Mentre mi si pongo questi strazianti dubbi la barca è ripartita e dopo poco arriviamo a Cala Luna.

Enormi grotte si aprono nei fianchi delle alte scogliere. Ai loro piedi una lingua di sassolini bianchi conduce fino al mare, le cui acque sono verdi, poi turchesi, poi blu. È presto e siamo tra i primi a raggiungere Cala Luna che a quest’ora ha l’aspetto di un paradiso primitivo.
Da queste enormi grotte che ci guardano le spalle continuano ad uscire e rientrare decine e decine di rondini, tante che mi chiedo come mai il nome di questo luogo non sia Cala Rondine.

Passeggiando fino a quella che penso essere la fine della spiaggia scopro che c’è dell’altro. Altre piccole baie raggiungibili a piedi si nascondono dietro le rocce e qui veramente ho la sensazione di non essere in Sardegna, non essere nemmeno in Italia, non essere nemmeno nel 2018. È un paradiso di quelli che si vedono nei film, come un’isola sconosciuta in un mare lontano, in mezzo ad un oceano senza nome.
Prendiamo le maschere e il boccaglio per vedere Cala Luna da una prospettiva diversa e cosi facendo scopriamo un piccolo segreto subacqueo che mi fa sorridere e provare una sensazione strana, una specie di connessione con questo luogo magico e con le persone che prima di me silenziosamente e con rispetto (questo non vale per tutti purtroppo) l’hanno attraversato. Sul fondo del mare alcune grosse pietre sono state disposte a formare una luna.

Concludiamo pigramente i nostri ultimi giorni qui, tra mari verdi, soli roventi, icnuse al tramonto, libri su libri. Dopo due settimane i nostri asciugamani da spiaggia sono salati e le nostre borse sono piene di sabbia.
Ci regaliamo una cena nel ristorante per noi più bello di Orosei, dipinto di bianco e blu, con una terrazza che da sui tetti della città, sui comignoli sgangherati e sulle luci in lontananza delle giostre della sagra del santo patrono. Qui assaggio un ultimo piatto sardo, uno che mi sarebbe dispiaciuto perdere, la fregola con le arselle. Sono palline di semola con le vongole e, da Su Barchile, con i pomodori secchi e freschi e una grattugiata di limone.
L’indomani risaliamo la costa verso nord, direzione Golfo degli Aranci, da dove la nostra nave salpa per tornare nel continente. Sul ponte oggi tira forte il vento e ad un certo punto piove. Ma da sotto questa coltre di nuvole grige fa prepotentemente capolino un sole infuocato, arancione, che ci regala un ultimo e meraviglioso tramonto in mezzo al mare.

Durante la stesura di questo articolo….

Dischi ascoltati
Smashing Pumpkins, Mellon Collie and the infinite sadness cd1
Black Sabbath, Paranoid

Libri letti
H. Murakami, Kafka sulla spiaggia
A. Stevani, In viaggio, il cagnolino rise
K. Quartey, Omicidio nella foresta
I. Calvino, Il visconte dimezzato

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