Parlare di Napoli non è facile. Dopo esserci stata non è nemmeno facile dire o pensare la parola “Napoli” senza farlo con l’accento e la cadenza napoletani, per l’appunto.
Napoli ti accoglie e un minuto dopo ti conquista.
È strano se penso che le parole che associo più istintivamente a questa città sono caciara, sporco e clacson. Eppure è così.
Se Napoli fosse una parte del corpo umano, sarebbe le viscere; da dove tutto passa e tutto si sente, dove si digeriscono i cibi e dove battono i sentimenti più forti, molto più che nel cuore.
Su Napoli si è detto, scritto, visto, recitato, immaginato talmente tanto che non è difficile farsi un’idea di come essa possa essere. E qui arriva il bello; per quanto mi riguarda Napoli era esattamente come me l’aspettavo, ma questo non ha impedito allo stupore di cogliermi ad ogni passo.
Napoli è come quei cibi che sai di cosa sanno, te li riesci ad immaginare, ma solo quando li mangi vedi la luce e finalmente puoi dire con certezza “ah, è proprio così”.
Sono stata a Napoli quattro giorni a metà luglio e quello che segue è il mio racconto di questa incredibile città.

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Se si arriva a Napoli in treno, appena si esce ci si trova subito catapultati dentro alla città. Siamo a Piazza Garibaldi e proseguendo in linea retta entriamo in Corso Umberto I, una delle vie principali di Napoli.
Prima fermata: Pizzeria Da Michele.
Si arriva, si da il nome e si prende il numero, come alle poste. Quando arriva il proprio turno, ci sia accomoda e si sceglie tra tre tipi di pizza; margherita, marinara, margherita doppia mozzarella. E stop.
Se pensate di desiderare altro vi sbagliate, vi siete seduti troppo frettolosamente e non avete sentito quel muro di profumo di mozzarella e basilico che si attraversa entrando da Michele.
Non può esistere al mondo pizza più buona di questa.
Un particolare; entrando, subito sulla destra, troverete questa poesia dal titolo ’a margarita:
-‘A quanto sta ‘o “benessere”/ ‘a gente penza a spennere/ e mò pure ‘o chiù povero/
‘o siente ‘e cumannà;/ voglio una pizza a vongole/ chiena ‘e funghette e cozzeche/
d’’o mare e sta città./ Al centro poi ce voglio/ ‘n’uovo fatto alla cocca/ e co liguore stok/
m’avita annaffià./ Quando sentenno st’ordine/ ce venne cca’na stizza/ pensano ma sti pizze,/ songo papocchie o che./ Ca se rispetta ìa regola/ facenno ‘a vera pizza/ chella ch’è nata a Napule/ quasi ciennt’anne fa./ Chesta ricetta antica/ si chiamma Margherita/
ca quanno è fatta a arte/ po ghi nant’a nu re./ Perciò nun e cercate/ sti pizze complicate
ca fanno male ‘a sacca/ e ‘o stommaco patì. (Gennaro Esposito)

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Passeggiando per il centro storico di Napoli ci sono molte cose da vedere. Quello che salta subito all’occhio è il contrasto di cui questa città è capace. Sontuose chiese e palazzine malmesse, stradine strette e incredibilmente piene di gente, capitelli votivi negli angoli più bui. Napoli trasuda religione, ma a me non arriva tanto un cristianesimo tradizionale, quanto più una devozione sincera ad una lunga lista di angeli, santi e madonne che si occupano di questo o di quell’aspetto della vita quotidiana di ognuno di noi. Ma su tutti indiscutibilmente regna San Gennaro.
Citando un pezzo della guida su Napoli della collana “Rough Guides”: “Se siete a Napoli nel periodo propizio potrete assistere alla liquefazione del sangue di San Gennaro. Però assicuratevi di arrivare al Duomo di buon’ora: la messa comincia alle 9, ma già due ore prima inizia a formarsi la coda; arrivate dopo le 7 e rischiate di non entrare. Quando i carabinieri rompono le righe, i fedeli si precipitano dentro la cattedrale per conquistare un posto in prima fila; se volete vedere qualcosa anche voi, fate come loro. Spingere e sgomitare fa parte del rito e per tutta la cerimonia l’atmosfera della chiesa è chiassosa. Durante la messa il coro della chiesa è protetto da poliziotti armati (…) il reliquiario viene tolto dal contenitore dov’è custodito e viene ispezionato; a questo punto, piacendo a Dio, si dichiara alla folla plaudente e felice che il sangue del santo è liquido e l’ampolla viene scossa per mostrare a tutti che il miracolo è avvenuto”.
Questo è un tipico modo di fare esagerato e chiassoso che mi fa amare i napoletani, per i quali certo non ci sono mezze misure, o ti piacciono o non li sopporti.

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Vicinissimo al Duomo ci sono via dei Tribunali e la parallela e molto nota Spaccanapoli, una strada così soprannominata (nonostante i nomi delle due vie che la compongono sono via Croce e via San Biagio dei Librai) poiché guardando la città dall’alto si distingue chiaramente una via, questa, che la taglia di netto.
Girando per queste vie si esplora il centro storico di Napoli.
Ad ogni 100 metri troverete pizzerie, friggitorie, negozietti, chiese, monumenti e Peroni da 33 cl a 1 euro; e allo stesso prezzo un bicchierino di limoncello (se prendete via dei Tribunali da via Duomo, è dopo poco sulla destra).
In questa zona si trova la Cappella di San Severo che al suo interno custodisce il famoso Cristo Velato, una scultura marmorea affascinante perché la sensazione è quella che il velo, o lenzuolo che copre il Cristo, sia vero e si possa tranquillamente alzare con due dita. Altrettanto incredibili per la loro veridicità sono molte altre sculture presenti nella cappella, soprattutto quella di un uomo coperto da una rete da pesca. Anche qui alla vista sembra che sopra la statua ci sia una vera rete. Curiosità un po’ macabra della cappella è vi sono conservati, in una teca e dunque visibili, due corpi umani.
La storia è questa, ricalcando sempre la guida di Napoli di Rought Guides: “La Cappella si deve al Principe Raimondo (1710-71), un famoso alchimista; nella cava sotterranea sono conservati i risultati dei suoi esperimenti: un uomo e una donna scarnificati, con il sistema circolatorio ben visibile, e gran parte degli organi immersi in un liquido misterioso creato dal principe stesso che, per inciso, fu scomunicato dal papa per queste pratiche.”

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Nel centro storico perdendosi tra queste vie si mangia l’originale street food. Nelle tante friggitorie potete mangiare il cuoppo (cornetto di carta ripieno di una frittura a vostra scelta, di pesce o di terra) arancini in bianco o in rosso, i crocchè (crocchette di patate), zeppole o paste cresciute, e il mio preferito, la frittata di maccheroni. Avendo sviluppato una certa dipendenza ne ho mangiate in tutta Napoli e la migliore, come anche gli stessi Napoletani suggeriscono, la si mangia in via dei Tribunali da Di Matteo, storica friggitoria e pizzeria. La foto ve la metto, so che non è meravigliosa, ma se qualche lettore l’ha mangiata so che apprezzerà. Per capire meglio di cosa si tratta, a questo link la ricetta www.quicampania.it/piattitipici/frittata-di-maccheroni

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Dallo streetfood passiamo alla pizza. Due sono le pizzerie più famose in questa zona in cui c’è sempre coda. Da Sorbillo, nella quale non sono mai riuscita ad entrare e per questo sono stata redarguita dai miei amici napoletani, e Dal Presidente dove invece ho preso una Margherita al Salame, che sarebbe una diavola fatta con il salame napoletano tagliato a filoncini. La pizza a Napoli non può mai essere cattiva, ma non consiglierei questa pizzeria nonostante la sua fama.
Infine, dalla pizza passiamo al ristorante. Ho avuto il tempo di provarne solo uno, ma ottimo. Stà (come si direbbe a Napoli) sempre in via dei Tribunali, si chiama La Campagnola. Buono, buoni i prezzi, gentile il personale. La cosa da non farsi scappare qui è il fiore di zucca ripieno.
Infine, ultimo suggerimento culinario per il centro storico, prendere un babà da Scaturchio.
La sera la maggior parte dei giovani di Napoli vanno in Piazza Bellini, una piazza circondata da qualsiasi tipo di bar. Nel mezzo si trovano bancarelle di dolciumi e gruppi musicali che suonano improvvisando un concertino.
Nei paraggi di questa piazza, ma da visitare di giorno, c’è Port’Alba, un’antica porta della città e una via omonima in cui si trovano moltissime bancarelle di libri usati a poco prezzo.

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A collegare via dei Tribunali a Spaccanapoli vi è una strada in particolare, via San Gregorio Armeno, meglio conosciuta come la via dei presepi. Presente in ogni servizio sul natale di qualsiasi telegiornale italiano, via San Gregorio Armeno è fitta fitta di botteghe di artigiani e negozietti che vendono solo due cose: presepi e corni. Per quanto sia turistica, andateci, perché gli artigiani costudiscono una vera e propria arte e sanno ricreare miniature dei mestieri, che si muovono nello svolgere il loro lavoro quotidiano. Il pizzaiolo che inforna la pala, il pescatore che alza la canna, la signora che stende i panni e via dicendo. Oltre a queste, si trovano statuine caricature dei personaggi più presenti al momento sui tabloid.
Ricordandoci sempre che i napoletani mettono il calcio alla pari della religione, il giorno dopo che Higuain ha lasciato il Napoli via San Gregorio degli Armeni era pieno di statuette che lo rappresentavano in veste di ‘mercenario’ o in sacchettini di munnezza con su scritto il suo nome venduti ad 1 euro perché “chisto è quello che vali”.
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Passando oltre alle vie di cui abbiamo parlato, si apre una seconda parte del centro storico che si sviluppa a ovest lungo via Toledo, che da Port’Alba e Piazza Dante porta dritto dritto fino al mare e ai castelli.
Via Toledo è, mi viene da dire, la classica via dello shopping che ogni grande città possiede.
Qui, oltre ai negozi, salta però all’occhio quel contrasto che per me è segno distintivo di Napoli. Infatti basta mettere un solo passo a lato ovest di via Toledo che si entra in tutt’altra atmosfera, quella dei Quartieri Spagnoli. Griglia di strade strette con edifici alti che lasciano passare poca luce, i quartieri spagnoli storicamente erano gli alloggi delle truppe spagnole nel XVII secolo e oggi sono uno dei quartieri più popolosi, ma anche più poveri della città, insieme ai Rioni Sanità, dove nacque Totò, e Forcella.
Nudi e crudi, sono quartieri che secondo me vanno almeno assaggiati di giorno, quando è possibile intravedere scorci di vita quotidiana dei loro abitanti.

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Proseguendo in via Toledo seguendo l’odore del mare si arriva in Piazza Trento e Trieste dove si trova la storica Pasticceria Gambrinus in cui è consigliabile prendere sfogliatella e caffè. Il caffè a Napoli è una cosa seria; le tazzine restano immerse in acqua bollente fino al momento del servizio. Il caffè ha un sapore particolare, denso e ristretto.
Adiacente, si apre Piazza del Plebiscito, che ricorda un po’ San Pietro a Roma, sulla quale si affaccia il Palazzo Reale. Ma è quello che sta al suo fianco che mi ha emozionata; il Teatro San Carlo.
Inaugurato nel 1737 è uno se non il teatro più antico d’Europa. Assolutamente da fare è la visita guidata, al costo di 6 euro e della durata di quaranta minuti circa, per scoprire i segreti di questo luogo magico (nonché rinfrescato da aria condizionata che per un turista che si trovi a Napoli in piena estate non è assolutamente  un dettaglio secondario).
La guida descrive in modo molto suggestivo la storia del teatro; ci racconta di come esso sia collegato direttamente al Palazzo Reale per garantire all’allora Re un accesso diversificato rispetto a tutti gli altri; di come in ogni loggia si trovi uno specchio che aveva la doppia funzione di amplificare, riflettendola, la luce delle candele che illuminavano il teatro e insieme mostrare ai nobili napoletani l’eventuale arrivo del Re a Teatro; di come esistesse una precisa gerarchia di applausi (o fischi) a fine spettacolo.
Mi ha colpito sapere che un tempo i posti a teatro erano nominali, proprietà privata di qualcuno, e che se ne potesse disporre a piacimento. Il teatro era più che altro un luogo di incontro, dove bere e mangiare nelle proprie logge, oltre che assistere ed ascoltare spettacoli spesso in sottofondo.
La visita guidata vi catapulta in un passato sfarzoso che non potete perdervi. Personalmente, la fascinazione è arrivata a livello tale che a visita finita mi sono recata in biglietteria e ho comprato un posto per lo spettacolo della sera stessa, Madama Butterfly. Un’esperienza emozionante, meravigliosa, commovente che consiglio a tutti voi. La stagione estiva del San Carlo è garantita proprio grazie a quell’aria condizionata di cui vi parlavo prima e si possono trovare biglietti validi a modico costo.

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Nella stessa zona ci sono ancora un paio di cose interessanti da visitare; Castel Novo, o Maschio Angioino, e Castel dell’Ovo in cui si accede liberamente e si gode di una medioevale vista su tutto il golfo di Napoli.
(Se siete qui verso l’ora di pranzo, non incappate in uno dei tanti ristoranti del borgo di pescatori che si spacciano sotto al Castello. Piuttosto uscite, proseguite dritti seguendo la strada leggermente a destra rispetto all’entrata del castello. Dopo duecentro o trecento metri sulla vostra sinistra vedrete una bottega che all’esterno espone moltissimi pacchi di pasta particolare e locale. Entrate. Potrete farvi preparare un panino con ottimi salumi e formaggi del luogo.)
Se due castelli non vi sono bastati tranquilli, a Napoli ce n’è anche un terzo, Castel Sant’Elmo, al quartiere Vomero, che si raggiunge prendendo la funicolare. Il quartiere Vomero (e per la verità anche la zona Chiaia che è proprio ai suoi piedi) è immerso in una atmosfera completamente diversa dal resto della città.
Se Napoli è caciarosa e un po’ alla buona, il Vomero è silenzioso ed ordinato. Il quartiere sorge in cima alla collina che domina la città vecchia, ma è molto più giovane di essa.
È qui che sorge Castel Sant’Elmo con l’attigua Certosa di San Martino, trecetesco monastero visitabile al costo di 6 euro. Io purtroppo non sono arrivata in tempo utile per farlo, ma sono riuscita ad approfittare di una serata musicale all’interno del castello in cui, sulla vetta di Napoli, si sono esibiti i Foja. Controllate quindi sempre la stagione estiva degli eventi che qui si svolgono.
Anche per il Vomero non vi lascerò nell’indecisione di dove andare a riempirvi la pancia: Pizzeria Acunzo, dove vi consiglio di assaggiare il ripieno con la scarola. Per chi fosse ignorante come me all’epoca, il ripieno è una pizza i cui bordi sono leggermente ripiegati verso l’intero dopo aver messo il condimento, e di conseguenza sono i bordi ad essere “ripieni”. Un must tale che quando ho chiesto al cameriere di farla diversamente (mea culpa) lui è tornato dicendomi che il pizzaiolo non se l’era sentita di modificare il modo di fare il ripieno alla scarola. E ne aveva tutte le ragioni.

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Ultime due cose; a Pignasecca la mattina si svolge un mercato alimentare dove trovare tante golosità. Quando siete stanchi di camminare, o anche se non lo siete, prendete la Metro e fermatevi a visitare le stazioni artistiche che sono state costruite sotto alle strade della città, in particolare la stazione Toledo.

A presto guaglio’!

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